Con Colin Kaepernick é riemersa una questione fondamentale
“Credi in qualcosa, anche se significa sacrificare tutto.” Penso che la Nike non abbia mai sprecato uno spot dal 1988 a oggi, ovvero da quando l’azienda nata a Beaverton lanciò il famoso motto “Just Do It” che tutt’ora è il filo conduttore di qualsiasi campagna marchiata a fuoco da uno swoosh. Non li ha mai sprecati perché oltre a voler focalizzare molto l’attenzione dell’utente sul prodotto in sé, la società fondata da Phil Knight vuole far capire che non è una semplice produttrice di scarpe ma molto di più, soprattutto nell’ultimo periodo. Ecco perché la scelta di Colin Kaepernick, ex quarterback dei 49ers ora svincolato, come testimonial di una campagna pubblicitaria non è per nulla casuale.
L’ex numero 7 di San Francisco è infatti al centro di un processo in tribunale contro i proprietari dell’NFL, rei di essersi coalizzati contro di lui dopo la sua decisone di inginocchiarsi all’inno. Una scelta particolare, politica, una presa di posizione che aveva fatto infuriare non solo la lega ma addirittura Donald Trump, che aveva a suo tempo affermato che uno come Kaepernick non avrebbe dovuto più giocare a football. Il motivo del “kneeling”? La disparità di trattamento nei confronti delle persone di colore, un argomento sempre d’attualità oltreoceano.
L’aspetto più importante da sottolineare è che se gente come James, Serena Williams e Kapernick sono tutti parte della famiglia Nike, questo non è per nulla un caso. È che l’azienda, anche attraverso i suoi testimonial, vuole fare capire come ormai lo sport non debba stare in silenzio e dribblare, bensì debba alzare la voce quando capisce che si è oltrepassato un limite nella società, quando c’è una disparità di trattamento sociale, quando tra due bambini si sceglie in base al colore della pelle e non al merito o alle capacità. Una differenza abissale con il passato, quando lo stesso Michael Jordan affermava che “anche i Repubblicani comprano le scarpe” come a voler dire che gli sportivi dovevano concentrarsi unicamente sul loro lavoro. Al giorno d’oggi una dichiarazione del genere difficilmente la sentiremmo, probabilmente perché c’è la consapevolezza che con tutta l’influenza che atleti del genere esercitano, non fare niente risulterebbe dannoso per la propria immagine, un sinonimo di indifferenza nei confronti di situazioni decisamente preoccupanti.
All’ultimo spot Nike hanno preso parte le più grandi personalità sportive americane, per esattezza le tre sopra citate. Persone che ce l’hanno fatta, che hanno ottenuto gloria e fama, quello che tutti inseguono. L’importante però non è chiedersi se i propri sogni sono folli, ma chiedersi se sono folli abbastanza.
* Quest’articolo è stato originariamente scritto 10 settembre 2018, ed è stato riproposto come pezzo di lancio della serie “More Than An Athlete”, composta da due ulteriori articoli in cui si tratterà il rapporto tra sport, politica e società.
