Votare al FIFA Best Award significa riconoscere i migliori senza farsi influenzare
Anfield, Liverpool, 7 maggio 2019. Uno degli stadi più iconici e magici del panorama calcistico è pronto ad ospitare un’altra notte europea. Il pubblico ci crede, nonostante il pronostico non veda la squadra di casa favorita. Rimontare un 3-0 al Barcellona sembra praticamente impossibile, eppure tutto il pubblico sa che sono notti come quelle in cui il calcio sa rivelarsi imprevedibile. “You’ll never walk alone” risuona nello stadio quasi fosse un inno religioso, tanto è sacro il luogo in cui si espandono note musicali leggendarie.
Il calcio è imprevedibilità, dicevamo. Uno sport capace di ribaltare ogni previsione quando nessuno se lo aspetta, quando il risultato e il tempo giocano a tuo sfavore. Ciononostante ci sono luoghi come Anfield dove tutto può accadere, dove segnare quattro gol al Barcellona diventa tutto ad un tratto possibile. Sarà l’atmosfera certamente, ma anche la pressione psicologica conta parecchio, soprattutto in stadi come quello del Liverpool dove il pubblico è il vero dodicesimo uomo in campo. Per questo motivo, dopo la rapida doppietta (54′ e 56′) firmata Wijnaldum, tutti abbiamo iniziato a credere che la squadra di Klopp sarebbe volata a Madrid. Non solo perché aveva ancora più di mezz’ora per segnare una rete, ma perché era riuscita a spostare l’enorme peso psicologico del match nella mente degli avversari. Quello che è avvenuto nei minuti successivi è storia, così come la sesta Champions messa dai Reds in bacheca, stavolta a Madrid ai danni del Tottenham. Ecco perché quando il 31 luglio sono uscite le liste dei calciatori in lizza per il FIFA Best Awards, la scelta del vincitore si è rivelata pressoché ovvia.
Virgil “The Wall”
Secondo Euegenio Montale, il muro è quel confine invalicabile che ci separa da zone edeniche, da una condizione di felicità. Appare invalicabile, perché secondo il poeta ligure l’uomo è destinato a vivere in una sorta di prigione sociale ed esistenziale dalla quale non riuscirà mai ad uscire. Lasciando da parte il pessimismo montaliano, l’immagine del muro come un limite impossibile da oltrepassare è facilmente riconducibile al mondo del calcio. In origine era stato Samuel, centrale argentino prima della Roma e poi dell’Inter, a essere soprannominato “The Wall”, ma il paragone migliore è probabilmente con Virgil Van Dijk. Un accostamento che regge alla perfezione, anche perché quest’anno il difensore olandese è stato dribblato una sola voltà, a novembre da Leroy Sané durante la Nations League. Nel resto dei match VVD non è mai stato superato, nemmeno da campioni del calibro di Messi, Hazard o Suarez, che con la loro qualità spesso mietono parecchie vittime.
Lavapiatti a 16 anni, superstar a 28. Il percorso di Van Dijk verso il gotha del calcio mondiale è il tipico cammino di un ragazzo che ha dovuto sacrificare la sua adolescenza per raggiungere il successo. Una volta che il sogno si è trasformato in realtà e l’olandese è andato a giocare ad Anfield, le incognite sul suo conto non sono finite, dato che i Reds all’epoca l’avevano pagato 84.5 milioni di euro. Il centrale ex Southampton però ha smentito tutti i suoi critici a suon di grandi prestazioni, diventando uno dei migliori al mondo nel suo ruolo. Una crescita costante che ha messo in luce tutti gli aspetti nei quali Van Dijk eccelle. In primis le letture difensive, che gli permettono di anticipare e fermare le intenzioni avversarie sia da situazioni statiche sia in caso di contropiede. L’altro fondamentale in cui domina è il colpo di testa, un arma a doppio taglio che il Liverpool usa appena può: VVD non è solo abile a usarlo nella sua metà campo bensì anche in quella avversaria, come dimostrato dal gol siglato all’Allianz Arena che ha di fatto eliminato il Bayern dalla Champions. In quella partita è uscita fuori un’ulteriore qualità del centrale olandese, ovvero la precisione nel passaggio, dote che è nettamente migliorata quest’anno quando Klopp ha deciso di rendere il suo calcio più cerebrale rispetto alla scorsa stagione. Non a caso, Van Dijk è stato inserito nella top 5 dei difensori “inglesi” per passaggi corti (66.5 p90), dietro a colleghi come Rüdiger e Stones, i cui allenatori Sarri e Guardiola sono due che fanno del possesso una chiave dei loro sistemi di gioco.
Insomma, Virgil “The Wall” non è il solito difensore alto che punta tutto sul fisico. É un raffinato e moderno interprete del ruolo del difensore centrale, che mai come ora è una posizione in continua evoluzione. Per questa serie di motivi, non appena c’é stata la possibilità di votare per il FIFA Best Awards ho immediatamente scelto Van Dijk come mio personale vincitore. Più di Salah, che aveva sbloccato la finale di Champions, più di Mané che oltre alla coppa era pure stato capocannoniere della Premier, più dei soliti Messi e Ronaldo, ingiustamente premiati anche quando non avrebbero dovuto.
Sul 2º e il 3º posto gradino del podio sono saliti rispettivamente Hazard e De Ligt. Il belga soprattutto in virtù della vittoria in Europa League (in cui ha siglato una doppietta) e dei 16 gol e 15 assist in 37 partite di campionato. L’olandese neo bianconero si è invece meritato il bronzo grazie a una fantastica stagione con l’Ajax, nella quale ha vinto l’Eredivisie, la Coppa d’Olanda, è stato inserito nel “Team of the Season” della Champions League, dove è arrivato ad un passo dalla finale segnando gol pesanti contro avversari come Juventus e Tottenham: tutto questo da capitano a soli 19 anni.
Le scelte, personali e per questo opinabili, sono state fatte tenendo in conto che questi premi li meritano coloro che si sono distinti per prestazioni e tornei vinti durante la stagione calcistica, e non solamente per la nomea o il palmares. Premiare Van Dijk significherebbe inaugurare una nuova era del calcio. Un’epoca più corretta e giusta, dove è finalmente la meritocrazia a trionfare.
